COLLODI (LORENZINI CARLO)

Title:CERVA NEL BOSCO (LA)
Subject:ITALIAN FICTION Scarica il testo


La Cervia nel bosco
di Carlo Collodi

una volta un Re e una Regina che stavano fra loro come due anime in un nocciolo: si amavano teneramente ed erano adorati dai loro sudditi; ma alla felicità completa degli uni e degli altri mancava una cosa: un erede al trono.
La Regina, la quale sapeva che il Re l'avrebbe amata il doppio se avesse avuto un figlio, non lasciava mai in primavera di andare a bere certe acque che si dicevano miracolose per aver figliuoli. A queste acque ci correva la gente in folla da ogni parte; e il numero dei forestieri era così stragrande, che ci si trovavano di tutti i paesi del mondo.
In un gran bosco, dove si andava a beverle, parecchie fontane: le quali erano di marmo o di porfido, perché tutti gareggiavano a chi le faceva più belle. Un giorno che la Regina stava seduta sull'orlo fontana, ordinò alle sue dame di compagnia di allontanarsi e di lasciarla sola e poi cominciò i suoi soliti piagnistei.
«Come sono disgraziata», diceva essa, «di non aver figli! sono ormai cinque anni che chiedo la grazia di averne uno; e ancora non ho potuto averla. Dovrò dunque morire senza provare questa consolazione?»
Mentre parlava così, osservò che l'acqua della fontana era tutta mossa; poi venne fuori un grosso gambero e le disse:
«O gran Regina! finalmente avrete la grazia desiderata. Dovete sapere che qui vicino un magnifico palazzo fabbricato dalle fate: ma è impossibile trovarlo, perché circondato da nuvole foltissime attraverso alle quali non passa occhio mortale: a ogni modo, siccome io sono vostro servitore umilissimo, eccomi qui pronto a menarvici se volete fidarvi alla guida di un povero gambero».
La Regina lo stette a sentire senza interromperlo, perché la cosa di vedere un gambero che discorreva, l'aveva sbalordita dalla meraviglia: quindi gli disse che avrebbe gradita volentieri la sua offerta, ma che non sapeva, come lui, camminare all'indietro.
Il gambero sorrise e prese subito di una bella vecchietta.
«Ecco fatto, o signora», le disse, «così non cammineremo più all'indietro. Ma vi domando una grazia: tenetemi sempre per una delle vostre amiche, perché io non desidero altro che di esservi utile a qualche cosa.»
Uscì dalla fontana senza avere una goccia di acqua addosso: il suo vestito era bianco, foderato di seta cremisi, e i capelli grigi annodati dietro con nastri verdi. Non s'era vista mai vecchietta galante a quel modo! Salutò la Regina, che volle abbracciarla; e senza mettere tempo in mezzo, la fece prendere per una viottola del bosco, con molta meraviglia della Regina stessa: la quale sebbene fosse venuta nel bosco migliaia di volte, non era mai passata per quella viottola lì. E come avrebbe fatto a potervi passare? Quella era la strada delle fate, per andare alla fontana, e per il solito era tutta chiusa da ronchi e da pruneti: ma appena la Regina e la sua guida vi ebbero messo il piede, le rose sbocciarono improvvisamente dai rosai, i gelsomini e gli aranci intrecciarono i loro rami per formare un pergolato coperto di foglie e di fiori, e migliaia di uccelli di varie specie, posati sui rami degli alberi, sfringuellarono allegramente.
Non si era ancora riavuta dallo stupore, che la Regina si trovò abbacinati gli occhi dallo splendore abbagliante di un palazzo tutto di diamanti; le mura, i tetti, i soffitti, i pavimenti, i giardini, le finestre e perfino le stesse terrazze erano tutte di diamanti. Nel delirio della sua ammirazione, ella non poté trattenersi dal mandare un urlo di sorpresa, e chiese all'elegante vecchietta, che l'accompagnava, se ciò che aveva dinanzi agli occhi era sogno o verità.
«Non nulla di più vero, o signora», ella rispose.
E subito le porte del palazzo si aprirono, e uscirono fuori sei fate: e quali fate! Di più belle e di più magnifiche non se n'erano vedute in tutto il loro reame.
Vennero tutte a fare una profonda riverenza alla Regina: e ciascuna le presentò un fiore di pietre preziose, per poter formare un mazzo: c'era una rosa, un tulipano, un anemone, un'aquilegia, un garofano e un melagrano.
«Signora», le dissero, «noi non possiamo darvi un maggior segno della nostra venerazione, che permettendovi di venirci qui a visitare: noi siamo molto liete di farvi sapere che avrete una bella Principessa, alla quale metterete il nome di Desiderata, perché bisogna pur convenire che è un gran pezzo che la desiderate. Quando verrà alla luce, ricordatevi di chiamarci, perché vogliamo arricchirla di tutte le più belle doti; e per invitarci a venire, non dovete far altro che prendere in mano il mazzo, che ora vi diamo, e nominare a uno a uno tutti i fiori, pensando a noi. State sicura che in un batter d'occhio saremo tutte nella vostra camera.»
La Regina, fuori di sé dall'allegrezza, si gettò al collo alle fate; e gli abbracciamenti durarono una mezz'ora buona.
Quand'ebbero finito, pregarono la Regina a passare nel loro palazzo, del quale non si possono ridire a parole tutte le meraviglie. Figuratevi che per fabbricarlo avevano preso l'architetto del palazzo del sole, il quale aveva rifatto in piccolo quello che era in grande il palazzo del sole. La Regina, non potendo reggere a così vivo bagliore, era costretta ogni tantino a chiudere gli occhi. La condussero nel loro giardino, e frutta più belle non se n'erano mai sognate! Albicocche più grosse della testa di un ragazzo, e certe ciliegie, che per mangiarne una, bisognava farla in quattro pezzi; e sapore così squisito, che la Regina, dopo che l'ebbe assaggiate, non volle mangiarne specie in tempo di vita sua.
Tra tante meraviglie, c'era anche un boschetto di alberi finti e artificiali, i quali crescevano e mettevano le foglie alla pari di tutti gli altri.
Impossibile ridire tutte le esclamazioni di stupore della Regina, i discorsi che fece sulla Principessina Desiderata e i ringraziamenti alle gentili persone che avevano voluto darle una notizia così gradita: basti questo, che non fu dimenticata nessuna parola di gratitudine e nessuna espressione di tenerezza. La fata della fontana n'ebbe la sua parte, come di santa ragione le toccava. La Regina si trattenne nel palazzo fino alla sera: e innamoratissima della musica, le fecero sentire delle voci angeliche. Fu quasi affogata dai regali e dopo aver ringraziato mille volte quelle grandi signore, se ne venne via insieme colla fata della fontana.
Tutte le persone della Corte, impensierite, la cercavano di qui e di là: e nessuno poteva immaginarsi dove trovarla. Ci fu perfino chi sospettò che fosse stata rapita da qualche ardito forestiero, tanto più che era ancora giovane e nel fior della bellezza.
Quando la videro tornata, da figurarselo fu per tutti una grandissima festa: e perché anch'essa sentiva nel cuore una consolazione immensa per le buone speranze avute, così nel suo conversare c'era non so che di allegro e di gioiale che innamorava.
La fata della fontana la lasciò che era quasi vicina a casa; e nell'atto di dirsi addio, raddoppiarono le carezze e i complimenti.
La Regina, trattenutasi ancora per una settimana a bevere le acque, non lasciò un giorno senza ritornare al palazzo delle fate colla sua elegante vecchietta, la quale tutte le volte si mostrava da principio in forma di gambero, e finiva poi col prendere la sua figura naturale.
La Regina, partita che fu, divenne incinta, e mise alla luce una Principessa, alla quale dette il nome di Desiderata: e preso subito il mazzo, che aveva avuto in regalo, nominò a uno a uno tutti i fiori che lo componevano, ed ecco che sul momento si videro arrivare le fate. Ciascuna di esse aveva un cocchio differente uno era d'ebano, tirato da colombi bianchi; alcuni erano d'avorio, attaccati a piccoli cervi, e altri di cedro, e altri di legno-rosa. Questo era l'equipaggio che solevano usare in segno d'alleanza e di pace; perché, quand'erano in collera, si servivano soltanto di draghi volanti, di serpenti che buttavano fiamme dalla gola e dagli occhi, di leoni, di leopardi e di pantere, in groppa alle quali si facevano portare da un capo del mondo in meno tempo che non ci voglia a dire buon giorno o buon anno. Ma questa volta esse erano in pace e di buonissimo umore.
La Regina le vide entrare nella sua camera, che avevano una cera molto lieta e maestosa: e dietro di loro, le nane e i nani del corteggio, tutti carichi di regali. Dopo abbracciata la Regina e baciata la Principessina, spiegarono il corredino, fatto di una tela così fine e così resistente da bastare cent'anni, senza pericolo che diventasse lisa; le fate la filavano da sé nelle ore d'ozio. Quanto alle trine erano di maggior valore della tela stessa: vi si vedeva in essa raffigurata, o coll'ago o col fuso, tutta la storia del mondo; dopo di questa messero in mostra le fasce e le coperte, ricamate apposta con le loro proprie mani: e in queste erano rappresentati mille di quei giuochetti svariatissimi, che servono per baloccare i ragazzi. Dacché al mondo ci ...

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